Le dimensioni facilitanti della comunicazione: da Rogers a Carkuff

Scritto da Dott.ssa Silvia Capone. Posted in Articoli

 

“ Tutti noi, nessuno escluso, siamo nati con le potenzialità per crescere. Se impariamo a mettere in pratica questo potenziale, vivremo una vita d’intensità e di pienezza indicibili. Riusciremo a sviluppare delle risposte di crescita che ci permetteranno di andare ovunque e di fare qualsiasi cosa.[…] Crescere è la nostra vera ragione di vita. I processi umani rappresentano il veicolo della nostra crescita. Noi, come esseri umani, siamo il prodotto dei nostri processi. In effetti, siamo umani solo se siamo in grado di gestire i processi umani. E alla fine, o moriremo crescendo, oppure moriremo condizionati ed impotenti, profughi e senza casa nel nostro stesso mondo” Robert Carkuff

In una relazione di aiutouno dei soggetti interviene per promuovere e far emergere nell’altro un processo di crescita, di sviluppo, di maturità e per arrivare a gestire un modo di comportarsi più adeguato e integrato. Rogers aveva individuato una triade di atteggiamenti personali che riteneva condizioni necessarie e sufficienti perché i processi interpersonali si dispieghino in senso costruttivo.

Il primo atteggiamento è quello di genuinità o spontaneità dell’operatore di aiuto. Nel processo di aiuto, la genuinità dell’operatore si evidenzia nell’essere sempre se stesso, sempre in collegamento con i propri sentimenti e con ciò che nel rapporto si sta svolgendo dentro di lui, senza sentire la necessità di negarlo o di deformarlo. La genuinità implica la congruenza fra i livelli psicologici (fra ciò che sente, ciò che pensa, ciò che si fa e ciò che si è).

Data la premessa che l’operatore sia un essere psicologicamente costruttivo, la genuinità è, per Rogers, la condizione base dell’aiuto, sulla quale vanno ad appoggiare tutte le altre.

Senza genuinità, l’helper ( ovvero chi aiuta) è reso da se stesso inefficace prima ancora di iniziare ad operare.

La seconda disposizione umana è ciò che Rogers chiama accettazione incondizionata o considerazione positiva incondizionata. La persona è accettata indipendentemente da ciò che pensa, fa, o dice, solo per quello che è e per la sua motivazione a cambiare.

L’atteggiamento di accettazione incondizionata si riflette nella capacità dell’helper di interagire senza dare giudizi morali né di riprovazione né di approvazione. Il processo di aiuto è un’opportunità che si offre alla persona per prendere piena consapevolezza di comportamenti o modi di essere che possono presentarsi come moralmente riprovevoli, anzi che spesso lo sono, perché è anche per questo che l’aiuto viene chiesto. Il processo di aiuto deve servire a rinforzare questa presa di coscienza morale della persona e la disponibilità a cambiare.

Il poter trovare un interlocutore non giudicante e affettuoso è per Rogers la condizione essenziale per lo sviluppo di una piena maturità della persona.

Il terzo atteggiamento personale consiste nella comprensione empatica. Mentre le prime due disposizioni costituiscono il terreno di base su cui si costruisce il rapporto con l’altra persona, quest’ultima disposizione è più fine e interviene quando già il rapporto esprime i suoi contenuti e la sua dinamica particolare. La comprensione empatica riguarda appunto la capacità dell’helper di cogliere accuratamente la situazione personale di colui che gli sta di fronte: da ciò che dice e da ciò che è. La comprensione accurata dell’altro dovrebbe prodursi con un insieme di sentimento (coinvolgimento affettivo) e di intelligenza percettiva.

Queste tre disposizioni personali hanno la caratteristica di essere di tipo “passivo”. Un helper capace di autenticità, di accettazione completa, di empatia accurata è un operatore che ha sviluppato una piena competenza responsiva, una capacità cioè di accogliere la persona dell’altro, creare un’ecologia relazionale, un “clima” o “un’atmosfera” dentro la quale la persona si sente accettata e ben protetta.

Il modello di Carkuff per l'addestramento nelle relazioni umane, cioè capaci di favorire la crescita delle persone coinvolte, é stato creato per le "relazioni d'aiuto" ma è adattabile a qualsiasi contesto relazionale umano equilibrato e positivo.

Le dimensioni facilitanti sono l'empatia (mettersi nei panni degli altri), il rispetto (la fiducia nelle risorse e capacità dell'altro) e la cordialità (peculiare espressione del c. n. v.) servono a favorire una maggiore esplorazione di chi ci sta davanti e del problema o situazione discussa.

Quando la relazione ha sviluppato una base abbastanza solida si prosegue verso le dimensiono facilitazione-azione ossia la concretezza (incoraggiare l'altro ad essere il più preciso possibile nel riferire sentimenti o esperienze), la genuinità (essere reali e sinceri con gli altri, c.v. e c. n. v. congruenti) e l'apertura di se.

Quest'ultima dimensione va attentamente monitorata e calibrata poiché se invasiva o prematura può avere effetti devastanti.

La dimensione dell'azione é costituita dall'immediatezza (cogliere il qui et nuc della relazione) e dalla franchezza (l'informazione data all'altro sull'incongruenza rivelata in ciò che dice o ciò che fa).

Possiamo discriminare due livelli di questo punto critico: al primo si evidenzia l'incongruenza fra ciò che il soggetto dice di fare e quello che gli altri dicono che fa, al secondo (più minacciante e quindi delicato) si confronta ciò che il soggetto dice di fare e ciò che fa nel presente.

Carkhuff (1969a) precisa che le confrontazioni più efficaci partono dalle risorse e non dai limiti.

Proposizioni

In un’interazione entrambi i membri vengono cambiati da questa.

La comunicazione può essere verbale e non verbale.

Il comportamento verbale prevale su quello verbale.

Ogni risposta o messaggio verbale sono costituiti su due livelli: il contenuto e l’emotività.

L’emotività può essere influenzata da meccanismi di difesa quali:

Identificazione

Razionalizzazione

Compensazione

Proiezione

Formazione reattiva

Mehrabin (1968) ha dimostrato che da sola l'espressione facciale trasmette il 55%del messaggio verbale.

I comportamenti non verbali possono essere usati per:

-fare esposizione complete.

-modificare la componente verbale, accentuando o attenuando il significato delle parole

-illustrare la comunicazione verbale

-regolare l'interazione

-manifestare le emozioni

Il comportamento non verbale essendo sotto il controllo del sistema nervoso autonomo é il più difficile da nascondere o camuffare; La prevalenza della comunicazione non verbale caratterizza la fase dell’infanzia, alcune condizioni psichiatriche e il mondo degli animali;

La comunicazione non verbale assume significato in funzione del contesto: guardare una ragazza negli occhi ha un significato diverso in Italia, in Giappone, in Tunisia.

I Cinque Assiomi della Comunicazione

La Scuola di Palo Alto, nelle persone di Gregory Bateson, Paul Watzlawick, Janet Helmick Beavin, Don D. Jackson ed altri, negli anni Sessanta fissò tutta una serie di nozioni teoriche elaborate a partire dalla sperimentazione sul campo e definì la funzione pragmatica della comunicazione, vale a dire la capacità di provocare degli eventi nei contesti di vita attraverso l’esperienza comunicativa, intesa sia nella sua forma verbale che in quella non-verbale.

Facendo riferimento al concetto di retroazione sviluppato dalla teoria della cibernetica, si può affermare che, all’interno di un qualsiasi sistema interpersonale (come una coppia, una famiglia, un gruppo di lavoro, una diade terapeuta-paziente), ogni persona influenza le altre con il proprio comportamento ed è parimenti influenzata dal comportamento altrui. La stabilità e il cambiamento inerenti al sistema sono determinati da tali circuiti di retroazione: l’informazione in ingresso può venire così amplificata (è il caso della retroazione positiva) e provocare un cambiamento nel sistema, oppure può venire neutralizzata (e allora si parla di retroazione negativa) e mantenere la stabilità dello stesso.

I sistemi interpersonali caratterizzati da un tipo di comunicazione patologica, vedi il caso delle famiglie con un membro schizofrenico, sono di solito estremamente stabili, quasi cristallizzati; il ruolo e l’esistenza del sintomo sono indispensabili per la stabilità del sistema familiare, che reagirà con un loop di retroazioni negative in risposta a qualsiasi tentativo di cambiamento della sua organizzazione (omeostasi del sistema familiare).

1. È impossibile non comunicare

Qualsiasi comportamento, in situazione di interazione tra persone, è ipso facto una forma di comunicazione. Di conseguenza, quale che sia l’atteggiamento assunto da un qualsivoglia individuo (poiché non esiste un non-comportamento), questo diventa immediatamente portatore di significato per gli altri: ha dunque valore di messaggio. La comunicazione quindi può essere anche involontaria, non intenzionale, non conscia e inefficace.

Anche i silenzi, l’indifferenza, la passività e l’inattività sono forme di comunicazione al pari delle altre, poiché portano con sé un significato e soprattutto un messaggio al quale gli altri partecipanti all’interazione non possono non rispondere. La domanda non è quindi “se” una persona stia comunicando, ma “cosa” sta comunicando, anche tramite il silenzio o l’assenza. Ad esempio, non è difficile che due estranei che si trovino per caso dentro lo stesso ascensore si ignorino totalmente e, apparentemente, non comunichino; in realtà tale indifferenza reciproca costituisce uno scambio di comunicazione nella stessa misura in cui lo è un’animata discussione.

2. I livelli comunicativi di contenuto e relazione

Ogni comunicazione comporta, di fatto, un aspetto di metacomunicazione che determina la relazione tra i comunicanti. Ad esempio, un individuo che proferisce un ordine esprime, oltre al contenuto (la volontà che l’ascoltatore compia una determinata azione), anche la relazione che intercorre tra chi comunica e chi è oggetto della comunicazione, nel caso particolare quella di superiore/subordinato.

Bateson definisce due aspetti caratteristici di ogni comunicazione umana: uno di notizia e uno di comando; in sostanza si parla di un aspetto di contenuto del messaggio e di un aspetto di relazione dello stesso. In altre parole, ogni comunicazione, oltre a trasmettere informazione, implica un impegno tra i comunicanti e definisce la natura della loro relazione. Il ricevente accoglie un messaggio che possiamo considerare oggettivo per quanto riguarda l’informazione trasmessa, ma che contiene anche un aspetto metacomunicativo che definisce un modello che rientra in un’ampia gamma di possibili relazioni differenti tra i due comunicanti. Gli scambi comunicativi “patologici” sono caratterizzati da una lotta costante per definire i rispettivi ruoli e la natura della relazione, mentre l’informazione trasmessa dai comunicanti passa nettamente in secondo piano (anche se questi ultimi sono inconsapevoli di ciò). L’aspetto di relazione di una comunicazione è definito dai termini in cui si presenta la comunicazione stessa, dal non-verbale che a essa si accompagna e dal contesto in cui questa si svolge. Perché l’aspetto di relazione della comunicazione umana è così importante? Perché, con la definizione della relazione tra i due comunicanti, questi definiscono implicitamente se stessi.

Una delle funzioni della comunicazione consiste nel fornire ai comunicanti una conferma o un rifiuto del proprio Sé. Attraverso la metacomunicazione si sviluppa la consapevolezza del Sé, la coscienza degli individui coinvolti nell’interazione. È essenziale che ognuno dei comunicanti sia consapevole del punto di vista dell’altro e del fatto che anche quest’ultimo possieda questa consapevolezza (concetto di percezione interpersonale); la mancanza di coscienza della percezione interpersonale è definita impenetrabilità da Lee. È stato osservato che nelle famiglie con un membro schizofrenico si possono rilevare modelli comunicativi caratterizzati da impenetrabilità e da disconferma del Sé, che solitamente risultano devastanti per colui che si trova a ricevere messaggi che, sul piano della relazione, trasmettono comunicazioni del tipo “tu non esisti”.

3. La punteggiatura della sequenza di eventi

La natura di una relazione dipende anche dalla punteggiatura delle sequenze di scambi comunicativi tra i comunicanti. Questa tende a differenziare la relazione tra gli individui coinvolti nell’interazione e a definire i loro rispettivi ruoli: essi punteggeranno gli scambi in maniera che questi risultino organizzati entro modelli di interazione più o meno convenzionali. La punteggiatura di una sequenza di eventi, in un certo senso, non è che una delle possibilità d’interpretazione degli eventi stessi, per cui anche i ruoli dei comunicanti sono definiti dalla propensione degli individui stessi ad accettare un certo sistema di punteggiatura oppure un altro. Watzlawick fa l’esempio della cavia da laboratorio che dice: “Ho addestrato bene il mio sperimentatore. Ogni volta che io premo la leva lui mi dà da mangiare”; quest’ultimo non accetta la punteggiatura che lo sperimentatore cerca di imporgli, secondo la quale è lo sperimentatore stesso che ha addestrato la cavia e non il contrario.

Il terzo assioma decreta dunque la connessione tra la punteggiatura della sequenza degli scambi che articolano una comunicazione e la relazione che intercorre tra i comunicanti: il modo di interpretare la punteggiatura è funzione della relazione tra i comunicanti. Infatti, poiché la comunicazione è un continuo alternarsi di flussi comunicativi da una direzione all’altra, un movimento circolare di informazioni, le variazioni di direzione del flusso comunicativo sono scandite dalla punteggiatura e il modo di leggerla è determinato dal tipo di relazione che lega i comunicanti.

4. Comunicazione numerica e analogica

Il quarto assioma attribuisce agli esseri umani la capacità di comunicare sia tramite un modulo comunicativo digitale (o numerico) sia con un modulo analogico. In altre parole se, come ricordiamo, ogni comunicazione ha un aspetto di contenuto e uno di relazione, il primo sarà trasmesso essenzialmente con un modulo digitale e il secondo attraverso un modulo analogico.

Quando gli esseri umani comunicano per immagini la comunicazione è analogica; questa comprende tutta la comunicazione non-verbale. Quando comunicano usando le parole, la comunicazione segue il modulo digitale. Questo perché le parole sono segni arbitrari e privi di una correlazione con la cosa che rappresentano, ma permettono una manipolazione secondo le regole della sintassi logica che li organizza.

Nella comunicazione analogica questa correlazione invece esiste: in ciò che si usa per rappresentare la cosa in questione è presente qualcos’altro di simile alla cosa stessa. La comunicazione numerica possiede un grado di astrazione, di versatilità, nonché di complessità e sintassi logica enormemente superiore rispetto alla comunicazione analogica, ma anche dei grossi limiti per quanto riguarda la trasmissione dei messaggi sulla relazione tra i comunicanti; al contrario, mentre la comunicazione analogica risulta molto più ricca e significativa quando la relazione è l’oggetto della comunicazione in corso, al tempo stesso può risultare ambigua a causa della mancanza di sintassi, di indicatori logici e spazio-temporali.

5. L’interazione complementare e simmetrica

Quest’ultimo assioma si riferisce a una classificazione della natura delle relazioni che possono essere basate sull’uguaglianza oppure sulla differenza. Nel primo caso si parla di relazioni simmetriche, in cui entrambi i partecipanti tendono a rispecchiare il comportamento dell’altro (ad es. nel caso della diade dirigente-dirigente, o dipendente-dipendente); nel secondo si parla di relazioni complementari, in cui il comportamento di uno dei comunicanti completa quello dell’altro (a es. dirigente-dipendente).

Nella relazione complementare uno dei due comunicanti assume la posizione one-up (superiore) e l’altro quella one-down (inferiore); i diversi comportamenti dei partecipanti si richiamano e si rinforzano a vicenda, dando vita ad una relazione di interdipendenza in cui i rispettivi ruoli one-up e one-down sono stati accettati da entrambi (ad es. le relazioni madre-figlio, medico-paziente, istruttore-allievo, insegnante-studente). Va da sé, comunque, che “i modelli di relazione simmetrica e complementare si possono stabilizzare a vicenda” e che “i cambiamenti da un modello all’altro sono importanti meccanismi omeostatici”. É fondamentale avere chiaro il concetto che le relazioni simmetriche e quelle complementari non devono assolutamente essere equiparate a “buona” e “cattiva”, né le posizioni one-up e one-down vanno accostate a epiteti quali “forte” e “debole”; si tratta solo di una suddivisione che ci permette di classificare ogni interazione comunicativa in uno dei due gruppi.

Indicazioni bibliografiche

Watzlawic, P., Beavin, J.H., Jackson, D.D. (1967) “ La pragmatica della comunicazione umana.” Tr.it. Astrolabio, Roma 1971.

G., M.,Gazda “Sviluppo delle relazioni umane”

D.Francescato, L.Leone, M.Traversi, (1993), “Oltre la psicoterapia”

D.Francescato, M.Ghirelli, (1983) “Fondamenti di psicologia di comunità”

Shoren                      “Comunicazione e istruzione”

Carkhuff,R.R. (1973). A guide for developing helping skills for parents, teachers and counselors. Human Resource Development Press, USA.

Liotti, G.,Monticelli, F.(2014). Teoria e clinica dell’alleanza terapeutica. Una prospettiva cognitivo-evoluzionista. Raffaello Cortina Editore. Milano.

Rogers, C. R. (1951) Client-Centered Therapy: Its Current Practice, Implications, and Theory, Houghton Mifflin.

G. M. Gazda “Sviluppo delle relazioni Umane”

Dott.ssa Silvia Capone, Iscrizione all’Albo Regionale degli Psicologi del Lazio n 14687 del 02/03/07; dott.ssasilviacapone@gmail.com, tel 3335731347