I Figli di Chernobyl

Scritto da Dott.ssa Silvia Capone. Posted in Articoli

Premessa

Ho condotto questo studio nel 2000, ero un'acerba studentessa di psicologia di ventidue anni e la mia giovane eta' trapela in alcune imperfezioni metodologiche e linguistiche disseminate nel lavoro. Ho voluto mantenere l'autenticita' del lavoro, senza apportare correzioni, da una parte per onesta' intellettuale, dall'altra perche' è spiazzante l'attualità del'argomento e sembra scritto ieri.

A trenta anni dal disastro nucleare di Chernobyl le nostre TV hanno ricordato l'orrore di quell'evento e le devastanti conseguenze a esso legato, alcune hanno parlato anche del fenomeno dei bambini che in questo lavoro provocatoriamente definisco "bi culturali", perche' costretti ad una vita a meta' senza obiettivi di conoscienza e integrazione tra le due realta'.

Ma l'allarme che provai a lanciare attraverso questa ricerca era legato piu' all'aspetto di tutela del minore: raccontai di diagnosi cliniche strumentali alla "fidealizzazione" della famiglia, della totale assenza di controlli prima, durante e dopo l'affidamento, delle pesanti privazioni culturali e sociali a cui venivano sottoposti i minori che andavano a scuola solo sei mesi l'anno.

Questa condizione ha anche determinato che soggetti che avevano problemi nell'iter ufficiale dell'adozione si riversassero su questa pratica alternativa, parliamo delle sitazioni piu' disparate da coppie troppo anziane a soggetti con accuse di pedofilia.

Per completezza di informazione il soggetto della ricerca è stato adottato a diciotto anni; attualmente vive e lavora in Italia.

Motivazioni della ricerca.

Questo progetto nasce in collaborazione con la cattedra del Prof. Andolfi docente di “psicodinamiche dello sviluppo e delle relazioni familiari”, dell’Università “la Sapienza di Roma.
Le nuove forme di affidamento temporaneo, coinvolgenti i paesi che non hanno sottoscritto la convenzione dell’Aia, saranno una realtà che nei prossimi anni si affermerà sempre più come pratica sociale compensatoria della “povertà biologica”dei paesi occidentali.
L’incremento di questo fenomeno non è riuscito a suscitare l’interesse d’istituzioni, associazioni, leggi, e della stessa ricerca universitaria.
Le associazioni e le istituzioni pubbliche e private, come l’AAB o il CIAI, che si occupano d’adozioni internazionali, preferiscono evitare di prendersi cura della delicata questione dei bambini dell’est Europa, i cui paesi non avendo sottoscritto la convenzione dell’Aia, rimangono ambigui su punti fondamentali quali, ad esempio, i criteri per la definizione dello stato d’adottabilità del minore.
L’utopia di un diritto che rende centrali gli interessi del minore, si confronta in questo contesto con la discriminazione geografica, e l’enorme diffusione di questo tipo di affidamenti parziali negli ultimi dieci anni, non ha trovato un parallelo sviluppo di leggi adeguate, neppure con le novità introdotte dalla legge 486.
Eppure questi bambini rappresentano una risorsa unica per lo studio e la comprensione dell’integrazione, del confronto e dell’assimilazione culturale, primo esempio storico di questo tipo d’identità costruita in bilico fra due culture.
Dopo circa nove anni di collaborazione fra associazioni bielorusse e italiane un nuovo fenomeno sta emergendo: i bambini crescono, diventano adolescenti complessi che hanno alle spalle vite complicate, individui nella loro unicità, non più i bambini spensierati che “hanno introdotto tanta felicità nelle case italiane”, e quella che giuridicamente viene definita “restituzione”, nell’improvvisazione di queste strutture fatiscenti si concretizza in silenzi delle famiglie italiane, che preferiscono ricominciare da capo con un altro bambino più piccolo, abbandonando nell’indifferenza il precedente ragazzo.
La signora che ho intervistato mi raccontava dell’“ingratitudine” di una ragazzina di quindici anni che aveva fatto avviare al “padre italiano”le pratiche per l’affidamento temporaneo per motivi di studio, ed una volta che questi si era recato in Bielorussia, la bambina era scoppiata in lacrime davanti al giudice, supplicandolo di non separarla dal fidanzatino.
Relazioni così complicate e complesse, in cui alle dinamiche degli usuali affidamenti, si sovrappongono le ombre di possibili “semi-adozioni” attraverso contrattazioni con le famiglie d’origine e la giustificazione ufficiale istituzionale dello studio, esigono una preparazione psicologica, affettiva, relazionale che superi la logica del “debito”, del genitore eroico che salva il bambino dalla miseria, con l’implicita, eterna, richiesta di sdebitazione.
Alla complessità di questo quadro istituzionale, giuridico e sociale si aggiunge la mancanza totale di selezione, formazione, aiuto per questi genitori.
Così le famiglie cominciano a rifiutare i bambini più grandi, troppo vivaci e “complicati”da affrontare, riproponendo le dinamiche dell’abbandono all’interno delle vite di questi ragazzi, già pesantemente provata da separazioni traumatiche.
Mi piacerebbe aprire un dialogo con le “associazioni” che si occupano dei viaggi in Italia dei bambini, per cercare congiuntamente un progetto, creare uno spazio di vera integrazione culturale, e quindi di arricchimento reciproco dei due patrimoni di conoscenze, di assistenza per la famiglia, cercando di sollecitare dal comune, alla regione, ai fondi europei.

Oggetto di studio

Il tema centrale della ricerca è l’esplorazione delle nuove forme d’ “affidamento parziale” nate all’inizio degli anni ottanta come richiesta da parte dei paesi dell’est di soggiorni estivi per alcuni ragazzi appartenenti a territori ad altissima incidenza di mortalità infantile, correlata al disastro nucleare di Chernobil.
L’obiettivo principale di questo lavoro è di verificare se e come i bambini hanno saputo integrare le due culture, e come la rete sociale, famiglia nucleare e allargata, amici e istituzioni, hanno sostenuto tale processo.
All’inizio le famiglie italiane furono invitate da associazioni varie o conoscenti a ospitare bambini dell’est Europa in problematiche condizioni economico-familiari, o in situazioni d’istituzionalizzazione, che dopo il disastro di Chernobil avevano un’alta percentuale di sviluppare tumori e leucemie.
Il nostro clima mediterraneo ricco di iodio sarebbe stato una cura potente per contrastare lo sviluppo di questi mali.
Quando la signora che ho intervistato mi raccontava la sua esperienza, mi sconcertava come già prima della presenza fisica e della conoscenza del bambino, intorno alla sua figura si era creato questo mito del debito, del bisogno da colmare, della necessità da “cancellare eroicamente”.
Le diverse forme di affidamento parziale si articolano in funzione della proporzione di tempo passato dal bambino nel paese d’origine, e di quello passato in Italia.
Mancando un ordinamento unico e centrale che regoli i rapporti fra la famiglia italiana e quella straniera del bambino, e fra queste e le associazioni o le istituzioni, il panorama è caotico e confusionario.
Le famiglie italiane frequentemente si trovano smarrite fra l’attaccamento per un particolare bambino che frequenta la loro casa da anni e l’eterogeneo panorama d’agenzie e associazioni che agiscono, a volte, in maniera arbitraria, facendo metereopaticamente lievitare i prezzi per il viaggio del bambino, per l’iscrizione all’associazione, per la contattazione della famiglia in Bielorussia ecc…
In conseguenza al lungo e rigido iter burocratico che la legge prevede per affidamento e adozione di bambini italiani, o i cui paesi hanno sottoscritto la convenzione dell’Aia, questo tipo di rapporti è diventato il canale elettivo per una moltitudine di persone che vogliono evitare, o che hanno già fallito, nel percorso classico; paradiso e ripiego di tante coppie che si vogliono (pericolosamente per lo sviluppo socio psico affettivo del bambino) sentire genitori per sei mesi l’anno.
Anche la nuova legislazione, nonostante i sensibili mutamenti che collocano l’interesse del bambino al centro d’ogni azione legale, e l’aumento del numero d’agenzie private e pubbliche autorizzate a occuparsi dei vari passaggi dell’iter adottivo, mostra poca sensibilità per questa realtà, ignorata dalle istituzioni.
In questa situazione caotica i bambini sono i veri protagonisti di un’avventura straordinaria;
Nel 1995 sono arrivati a Viterbo quaranta ragazzini, in pulman, dalla Bielorussia dopo quasi quattro giorni di viaggio, pochissime soste, in condizioni igieniche disastrose.
Nel 2000 una psicologa (di cui non si conosce l’identità) in seguito alla somministrazione di un test (di cui non si riesce a risalire alla tipologia) a quarantatré bambini dagli otto ai tredici anni ne ha definiti venti ritardati.
L’osservazione di alcuni di questi bambini mi ha ampiamente dimostrato l’inadeguatezza sia del test sia della psicologa, ma soprattutto lo scarso rispetto per la cultura d’appartenenza di questi ragazzi, per la loro integrazione sociale (esiste solo una classe in tutta la città di Viterbo che accorpa tutti i gradi d’istruzione fino ai tredici anni circa con orari e spazi segregati dal resto dell’attività scolastica), e la mancanza totale sia di selezione che (almeno) di formazione per un’ampia fascia di coppie che stanno aspettando la riforma poiché intenzionati a una forma d’adozione totale.
L’alta incidenza di famiglie sistematicamente scartate dal tribunale dei minori per l’adozione di bambini italiani sfocia in una sovrarappresentazione di situazioni problematiche che vanno dalle coppie ormai troppo anziane con figli grandi che iperinvestono l’idea di una nuova missione educativa, a casi più seri di sospettata pedofilia.
La convenzione dell’Aia è soltanto un lontano miraggio per questi bambini che continuano a vivere questa “doppia esistenza a metà”, all’ombra dell’inesistente legislazione italiana, impreparata ad affrontare queste integrazioni interetniche, che i cambiamenti socio-economici delle civiltà occidentali renderanno sempre più frequenti.

Metodologia

Intervista semistrutturata.
Alla bambina è stato somministrato il test cognitivo sulla figura umana di Goodenburg ed Harris, per avere altri dati da confrontare, sull’eventuale sviluppo ritardato, diagnosticato lo scorso anno ad oltre la metà dei bambini.
Per ragioni di privacy le interviste non vengono riportate.

L’intervista con la madre “semi adottiva” (di qui in poi indicata come M.) è durata quaranta minuti, nonostante le ripetute domande sulla situazione cognitiva della figlia questa esperienza ha permesso di mettere in evidenza alcuni disagi e situazioni compromesse; La bambina (che chiameremo S.) ha palesato il malessere conseguenti alle ripetuti e molteplici prese in giro.
Questo livello di sensibilità, superficialmente ignorato dalla signora, palesemente presente nell’intervista, offre a M. la possibilità di vedere S. da un angolo diverso, rispetto al monotono ruolo di bambina iperattiva e ritardata che le era stato cucito addosso.
Da questa nuova prospettiva, la “mamma” ha ritrovato la progettualità creativa, antitetica allo stallo nelle realtà autocreate e autopoietiche del mito.
Decide di impegnarsi assieme alla famiglia per preparare S. al passaggio alla scuola italiana, rimandando realisticamente l’affido alla fine dell’anno scolastico, ossia a Giugno.
Una settimana fa M. mi ha chiamata chiedendomi come stavo, come andava il mio lavoro e raccontandomi che sta raccogliendo dei cd-room per S.“... sono un’enciclopedia, così impara anche ad usare il computer che fa sempre comodo...forse ignoravo le potenzialità di S. e mi concentravo troppo sui limiti...”.
La rete di risorse a cui ha potuto accedere la famiglia durante il percorso che ha portato ad una forma di affidamento “parziale” che va dai sei agli otto mesi all’anno dal 1994/5 a oggi, è stata veramente esigua.
L’adattamento di S. al contesto socio-culturale italiano, mostra poche caratteristiche di integrazione, rivelando abitudini, stili di vita, linguaggi e riti antitetici nei due paesi.
Le conseguenze debilitanti di questa totale mancanza di continuità fra tutti i sistemi che interessano il bambino in questa situazione, sono seriamente preoccupanti.

Proposta di una riflessione “meta” sull’esperienza riportata.

Questa era la seconda volta in cinque anni di studi, alle soglie della laurea, che mi trovavo a confronto con i limiti e le carenze della mia preparazione universitaria, stracolma di teorie e vuota di pragmaticità.
Su ventisei esami, questa era la seconda intervista che stilavo.
Vedendo l’intervista come la relazione che più si avvicina al colloquio, sia di counseling, sia clinico (anche se odio questa parola con cui in facoltà ci punteggiano le frasi), o di qualsiasi altro tipo, e individuando nel colloquio lo strumento fondamentale di qualsiasi psicologo, per me è stato come coscentizzarmi del baratro che separa la mia formazione, dalle mie aspirazioni e da quella che (spero) sarà la mia professione.
In questo discorso è fondamentale l’ecletticità dei vari approcci studiati all’Università quando si parla di “emozioni”.
L’approccio sistemico nell’indirizzo clinico viene citato solo nell’esame di “epidemiologia delle tossicodipendenze”(opzionale), ma è presentato limitatamente alla prima cibernetica.
Si parla di “regole, ridondanze, autopoiesi” dei sistemi, enfatizzando la “neutralità”come strumento di conoscenza sistemica, sottovalutando però il paradosso evidenziato dalla seconda cibernetica dell’impossibile descrizione di un contesto senza influenzarne le dinamiche, dell’assurdità quindi, oltre che alla pericolosità metodologica, di questa presunta “indifferenza”.
Albert Einstein sosteneva: << È scorretto credere che le teorie sono basate sull’osservazione. È vero il contrario. Sono le teorie a decidere che cosa possiamo osservare.>>.
La citazione di questa frase sintetizza anni di evoluzioni paradigmatiche all’interno della scienza e della metodologia di osservazione e ricerca dei dati, che sicuramente hanno influenzato gli sviluppi della psicologia in generale.
Questi nuovi orientamenti hanno definitivamente seppellito la presunta neutralità di un osservatore che studia una realtà oggettiva e assoluta, sottolineando “il costruttivismo”implicito in ogni atto di conoscenza e la relatività del mondo.
All’interno delle relazioni il discorso si complica esponenzialmente, perché parliamo di “co-costruzione”della realtà.
Accettare il superamento della “neutralità sistemica” significa addentrarci nel fosco bosco delle emozioni e dei sentimenti, significa per uno psicologo mettersi in gioco in prima persona, usare se stesso come strumento di conoscenza, usare il proprio corpo e le proprie sensazioni come una “ cassa di risonanza emozionale” di conoscenza e di esplorazione per se stesso e per chi gli siede davanti.
È impossibile concettualizzare una relazione di qualsiasi tipo che non includa sentimenti, assurdo pensare al legame esclusivo fra utente e psicologo come pura applicazione di teorie e modelli.
Questa rappresentazione della relazione è ancora legata ad una visione meccanicistica e statica dell’uomo come “elaboratore di informazioni”, metafora “asettica”, che pone l’individuo nell’utopico isolamento emozionale in cui si pretende di collocarlo, oltre che ad una concettualizzazione del rapporto professionale psicologo-utente mutuata dal contesto medico.
Ho scelto di sostenere questo esame con la cattedra di Andolfi, per rispondere a questi interrogativi, stanca di cinque anni di “intossicazioni psicodinamiche, psicoanalitiche”, statiche, assolutistiche, deterministe.
Penso che i lunghi tempi richiesti da questo esame siano necessari a “scrostarci il cervello” da tutti i pregiudizi influenzati dalla falsa informazione, dagli stereotipi creati dal senso comune, dai pesanti dogmi accettati superficialmente da masse di studenti il cui senso critico si è fossilizzato dietro rassicuranti “certezze ”.
Questi vuoti d’informazione sono il terreno di sviluppo di “MITI” accademici sulla presunta neutralità emotiva dello psicologo, con un’evidente adesione acritica al modello della relazione medica, al suo linguaggio e ai suoi strumenti per colmare la carenza di una forte “identità professionale”.
Durante le lezioni del professor Andolfi avevo inventato un gioco: in alto sulla pagina scrivevo parole come “terapia, cura, aiuto” e contavo poi l’uso (massiccio e sconsiderato) che i miei colleghi facevano di questi termini, indicativo della rappresentazione e dell’anticipazione che questi facevano della loro futura carriera e del tipo di relazione idoneo all’interno del colloquio.
La seconda conseguenza dei miti creati sulle carenze di “identità professionale” è appunto l’identificazione assolutistica dello psicologo come terapeuta-medico, che “cura”(conseguenzialmente cercando “la malattia”, in una posizione di potere e prestigio asimmetrica rispetto a chi chiede l’incontro)e che “aiuta”(nascondendo dietro questo termine la mancanza di metodologie pragmatiche per affrontare l’interazione, la carenza di professionalità appunto).
Ho affrontato questa intervista dopo avere letto tutti i libri, convinta della mia “preparazione sistemica”, cercando di ricreare una situazione standard che ufficializzasse e rendesse “scientifica”la situazione.
Quando poi mi sono trovata faccia a faccia con la bambina, la preparazione che avrei dovuto avere per riuscire a sviluppare al massimo gli argomenti, per farla parlare e creare un setting accogliente e confortevole, era lontana anni luce dai miei libri.
Sono stata travolta da quelle che Andolfi definisce le “questioni di pancia”, e tutti i concetti teorici che mi sfilavano in testa erano insufficienti a ricondurre la situazione all’interno di “strade da me conosciute”.
Nonostante l’impasse iniziale dell’intervista, sono soddisfatta del presente lavoro perché è stato per me occasione di riflettere su tutti questi punti fondamentali;
Sebbene non sapessi come gestire queste emozioni ho provato ad ascoltarle e a usarle come supporto interpretativo di quanto stava accadendo.
Percepivo perfettamente che la situazione che si era creata all’inizio dell’intervista con la bambina sfiorava il paradossale, ricordava un interrogatorio, come mi ha anche confermato il dottor D’Andrea, attraverso le sue impressioni.
Nonostante cercassi di mantenere un’attiva curiosità relazionale, le forti emozioni di quei momenti (la bambina giocava con la mia mano) e il limite di tempo di quarantacinque minuti che la madre ci aveva concesso, hanno compromesso la qualità del lavoro.
Abbandonare il canovaccio dell’intervista in favore di una plasticità più coerente al rapporto che si stava instaurando, ha solo contribuito a far perdere al lavoro sistematicità e coerenza logica, ma forse è stato utile a “De- ufficializzare” l’iniziale relazione formale che avevo proposto alla bambina.
La bambina si è inibita molto appena ho acceso il registratore, nonostante le avessi preventivamente spiegato in cosa consisteva il lavoro e quale era l’obiettivo.
Un altro grosso limite è stato il basso livello di alfabetizzazione di S., che nonostante era il quinto anno che veniva in Italia, non aveva mai frequentato un corso, viveva in un ambiente rurale, socialmente isolata, senza ragazzi della sua età, e frequentava anche nel nostro paese una scuola di bambini russi.
Nonostante alcuni spostamenti dell’ordine delle domande che mi ero prefissata, ho preferito sviluppare i temi che mi venivano proposti da S. chiarire alcune ambiguità nelle sue risposte.
In alcuni passaggi tipo “non mi dire bugie” sono stata pessima, me ne sono resa conto appena sbobinavo l’intervista, ma era veramente difficile riuscire a conciliare mentalmente le mie anticipazioni su questa esperienza e quanto stava accadendo.
Nella posizione di “futura psicologa” mi rendo conto che in questa professione è necessario “scrostarci” dal cervello queste euristiche pericolose (prima fra tutto il bisogno umano primordiale di controllare la realtà attraverso la spiegazione dei fatti, riconducendola a schemi a noi noti), ma sono altrettanto cosciente della necessità di un approccio esperienziale e pragmatico per raggiungere questo obiettivo, che cominci dall’università.
La mia mente non era allenata al “pensiero simultaneo” necessario alla conduzione di un’intervista e mentre facevo attenzione a ciò che mi veniva detto, appuntavo il comportamento non verbale e i corrispondenti giri del registratore, cercavo di tenere attiva una curiosità dinamica, e provavo a pensare in termini di triangoli alle configurazioni relazionali attivate e presenti nelle domande…un fiume di emozioni ha inondato la mia “razionalità scientifica”, lasciandomi per un momento spaesata.
Con la madre le cose non sono andate meglio, passavo continuamente dal “lei”, che indicava la mia tendenza a rimanere all’interno di una cornice metodologica che conferisse rigore scientifico al lavoro, ed il “tu”, che rispondeva alle richieste della madre di trasformare l’intervista in un dialogo fra amiche.
Metodologicamente scorretto, eppure questi “salti” terminologici mi erano utili ad entrare ed uscire da una relazione emotivamente carica che ero impreparata ad affrontare, e che prevaricava gli interessi di questa ricerca.
Come nel caso precedente, l’inesperienza di decifrare e gestire le emozioni mi ha fatto oscillare fra queste due posizioni, e sebbene le indicazioni contestuali del momento (dal comportamento non verbale della signora, al modo in cui lei si rivolgeva nei miei confronti), mi avevano fatto optare per il confidenziale “tu”, alcuni automatismi mi facevano “scivolare” inconsapevolmente nell’accademico “lei”.
Durante la sbobinatura mi resi conto della sistematicità con cui al variare dell’intensità della relazione dovuta all’esplorazione di aree tematiche dolorose per la donna, o che comunque aumentavano il suo livello di tensione (la famiglia d’origine, la posizione del marito come educatore), si trasformavano anche la formulazione delle mie domande, fluttuando dal “lei” al “tu” e viceversa.
La situazione complessiva di questo sistema famiglia si è presentata sin dall’inizio molto complicata, ruoli e funzioni, erano sfumati e confusi, sia nella dimensione generazionale verticale che in quella orizzontali, ma il mio compito era esclusivamente di intervistarli per conoscerli.
Uno dei principali problemi è stata quindi la divergenza fra le anticipazioni e la rappresentazione che la famiglia si era creata di questo incontro e il reale obiettivo.
Ancora una volta la mia ignoranza emozionale, mi ha condotta in una situazione difficile da gestire.
L’impressione che ho avuto è stata di essere stata “risucchiata” da questo sistema, metaforicamente mi sono sentita come se la famiglia per quel periodo si fosse nutrita delle mie energie.
Il fatto di introdurre novità, di presentare un diverso punto di vista, mi ha senza dubbio conferito una posizione di prestigio.
Questa esperienza mi ha portato a riflettere anche sulla rappresentazione sociale degli psicologi, su quanto psicologi e studenti di psicologia contribuiscono alla diffusione di stereotipi sulla professione, su quali sono le anticipazioni mentali operate dalla famiglia al momento del contatto con entrambi i livelli di formazione, e quale peso operano pregiudizi e rappresentazioni.
Indubbiamente il mio ruolo all’interno di questo sistema era stato scolpito ancora prima che cominciassi questo lavoro ed è andato ben oltre le interviste.
Sono soddisfatta degli obiettivi raggiunti con la famiglia, ma la vera conferma l’avrò col tempo, con i ritorni di S.

Bibliografia

Andolfi, M. Angelo, C. (1987) Tempo e mito nella psicoterapia familiare. Boringhieri, Torino.

Bowen, M. (1979) Dalla famiglia all’individuo. Astrolabi, Roma.

Andolfi, M. (1994) Il colloquio relazionale.APF, Roma.

Dell’Antonio, A. (1990) Ascoltare il minore. Giuffrè, Milano.

Andolfi, M. Haber, R. (a cura di) (1994) La consulenza in terapia familiare. Raffaello Cortina,
Milano

Andolfi, M. Angelo, C. De Nichilo, M. (a cura di) (1996) Sentimenti e Sistemi.Raffaello Cortina, Milano

Consegnati, M.R. Laicardi, C. Saggino, A. (1999) Il figlio nel conflitto genitoriale.Franco Angeli, Milano

Serra, C. (1991) Separazione, divorzio, affidamento.Edizioni Psicologia, Roma.

Andolfi, M. (a cura di) (1999) La crisi della coppia. Raffaello Cortina, Milano.

 

Dott.ssa Silvia Capone, Iscrizione all’Albo Regionale degli Psicologi del Lazio n 14687 del 02/03/07; dott.ssasilviacapone@gmail.com, tel 3282750614