Giocare per crescere

Scritto da Dott.ssa Silvia Capone. Posted in Articoli

 

 

Il gioco a livello etologico, ontogenetico e filogenetico, rappresenta uno “spazio”sicuro e protetto in cui sperimentare nuove condotte, possibili risposte a situazioni contingenti, soluzioni creative alla realtà ed ai problemi quotidiani.

Per la sua valenza adattiva potremmo paragonare il gioco alla dimensione onirica.

Lavoro a vari livelli con i minori da quasi venti anni.

All’interno della mia professione il gioco rappresenta uno strumento insostituibile, che come un prisma esprime le sue polifunzionalità.

A livello operativo le equipe interdisciplinari dei progetti afferenti alla legge 285 o 328 organizzano e gestiscono laboratori nelle scuole elementari e medie, in cui il ludico rappresenta l’aggancio col didattico, la base della costruzione della relazione col bambino.

Il gioco rappresenta quindi sia uno “strumento diagnostico” da cui l’intervento parte, si modella e si valuta, sia una modalità di aggancio tra bambino ed operatore, intesa come pre-requisito fondamentale per impostare qualsiasi lavoro “didattico”.

Contemporaneamente il ludico è l’interfaccia e il supporto del didattico, il “plettro” che stimola le corde della curiosità e dell’interesse.

La parte più complicata del nostro lavoro consiste appunto nel cucire insieme questi due aspetti, rendere accattivante la parte didattica attraverso un’impostazione metodologica di quella ludica.

In un contesto simile dove “strutturato” e “destrutturato” hanno tenui sfumature, dove l’elasticità è la prima regola, diventa fondamentale la programmazione delle attività come strumento di lavoro per l’equipe.

I nostri laboratori si svolgono il pomeriggio, dopo l’orario scolastico, quindi il gioco rappresenta anche la valvola di sfogo per i ragazzi dopo otto ore passate sui banchi, un contenitore per questo “calderone” di energie in escandescenza.

E’ compito dell’operatore catalizzare, veicolare, convertire queste energie, e il gioco in questo senso è lo strumento più utile; ad esempio per creare il silenzio e potere parlare al gruppo è stato proposto ai ragazzi un gioco in cui chi vuole che gli altri tacciano alza il dito indice, gli altri per esprimere che hanno recepito il segnale alzano il dito e fanno silenzio, una vecchia tecnica scout che fornisce al gruppo uno strumento di autoregolazione; il silenzio non è una regola, ma una costruzione collettiva.

I genitori e le insegnanti hanno piacevolmente accolto questa novità, dopo anni di urla e fichietti.

Urlare a un bambino significa in primis evocare una reazione emotiva, ma soprattutto dargli e leggittimargli uno strumento di non-comunicazione.

Il gioco aiuta il professionista a collocarsi nella mente del bambino in una posizione privilegiata, un “limbo” peculiare: siamo “grandi che giocano”, assumiamo quella posizione nella costellazione emotiva e fantastica del minore che nelle società tradizionali – arcaiche ricoprivano fratelli, zii, quel gradino generazionale intermedio fra ragazzi e genitori.

Un'altra parola chiave all’interno di questo lavoro è “utile”.

I ragazzi sono stimolati da esperienze che ritengono utili, spendibili, è all’interno di questo contesto che provano a fare “qualcosa di più”.

Ho curato due laboratori di scrittura creativa e educazione affettiva con fasce d’età sei -otto anni e undici- tredici.

La fascia”junior”è stata filmata mentre giocava spontaneamente con delle marionette, i bambini si sono rivisti ed hanno costruito il copione della recita di fine anno.

I bambini sono stati molto coinvolti, incuriositi, appassionati, alla fine hanno realizzato un lavoro eccellente al di sopra delle possibilità proprie di questa fascia d’età.

La “provocazione”di proporre un’attività “difficile”è parallela al tentativo di evitare ulteriori ghettizzazioni dei ragazzi “inviati” e di valorizzare agli occhi della scuola e della famiglia le risorse specifiche del bambino.

Una delle bambine del gruppo juniores ad esempio aveva ancora una lettura monosillabica alla fine dell’anno, ma anche una fantasia e una creatività che andavano rivalutate.

Molto spesso come un gigante effetto pigmalione[1], i bambini sono incastrati in un contesto “giudicante”, ed il semplice fatto di disconfermare questi giudizi, di intaccare automatismi ormai acquisiti, innesca dei processi di cambiamento.

Semplicemente aggiungendo un terzo polo alla relazione famiglia-scuola, alcune dinamiche conflittuali, disfunzionali, vengono pregiudicate nel loro equilibrio omeostatico.

Per quanto riguarda i ragazzi più grandi, sono stati cercati dei linguaggi accattivanti con cui entrare in relazione con loro; ad esempio una giornata è stata dedicata all’oroscopo come strumento di conoscenza personale e sociale: abbiamo usato questa esperienza per introdurre il concetto di “come mi vedo” e “come mi vedono gli altri”.

Venivano lette le descrizioni generali collegate ai segni, i ragazzi esprimevano liberamente se si riconoscevano in quell’immagine o meno, e gli altri rimandavano se erano in accordo

Progressivamente i linguaggi si sono evoluti, i ragazzi sono anche confrontati con la stesura di delle lettere ufficiale, stimolati dalla domanda “se vi si rompe il cellulare cosa fate”? ma hanno anche scritto e inciso canzoni reggae e rap, suonato in eventi di quartiere, il lavoro sull’autostima e l’autoefficacia è stato portato avanti su piu’ livelli.

Nell’ambito del gioco diventa peculiare FARE per CAPIRE…

Il gioco è aggregazione, è co-costruzione di un contenitore all’interno di una situazione e di una relazione che regala un senso al tutto.

Le attività ludiche oltre alle finalità immediate della ricerca del piacere, sono alla base di qualsiasi relazione umana e sociale.

Riscoprire i giochi, i significati espliciti e impliciti, le regole, le simbologie, diventa un’esigenza professionale oltre che un mandato sociale, per chi lavora all’interno di progetti con minori.

                                                                                                          Dott.ssa Silvia Capone

 


[1] L'effetto Pigmalione, noto anche come effetto Rosenthal, deriva dagli studi classici sulla “profezia che si autorealizza” il cui assunto di base può essere così sintetizzato: se gli insegnanti credono che un bambino sia meno dotato lo tratteranno, anche inconsciamente, in modo diverso dagli altri; il bambino interiorizzerà il giudizio e si comporterà di conseguenza; si instaura così un circolo vizioso per cui il bambino tenderà a divenire nel tempo proprio come l’insegnante lo aveva immaginato.

Dott.ssa Silvia Capone, Iscrizione all’Albo Regionale degli Psicologi del Lazio n 14687 del 02/03/07; dott.ssasilviacapone@gmail.com, tel 3335731347